...nihil humani a me alienum puto

HANNAH ARENDT

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Hannah Arendt (id.)
Germania 2013, 113'
Genere: Drammatico
Regia di: Margarethe Von Trotta
Cast principale: Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Michael Degen, Ulrich Noethen
Tematiche: male, umanità, filosofia, Olocausto, nazismo
Target: da 14 anni
Consigliato

La filosofa ebrea Hannah Arendt, seguendo il processo di un criminale nazista a Gerusalemme, elabora le teorie alla base del saggio “La banalità del male” che suscitano scalpore e aspre critiche per la loro originalità nell’approcciarsi a un tema delicato come quello dell’Olocausto.

 


Recensione

 

Il titolo del film può trarre in inganno: non siamo infatti di fronte a una vera e propria biografia della filosofa tedesca Hannah Arendt, ma al racconto di un preciso momento della sua vita, quello che va dal 1961 al 1964. Gli anni in cui la donna elaborò e pubblicò “La banalità del male”, celebre opera che contiene alcune delle sue più originali e controverse considerazioni sull’Olocausto. Il film prende le mosse dalla cattura a Buenos Aires del criminale nazista Adolf Eichmann ad opera del Mossad e dall’avvio del suo processo a Gerusalemme per crimini contro l’umanità. Nel 1961 Hannah Arendt, ebrea tedesca scampata durante la guerra a un campo di concentramento francese e poi trasferitasi a New York dove vive e insegna come docente universitaria, è una stimata intellettuale, punto di riferimento per la comunità ebraica e non solo. Per questo motivo il noto periodico New Yorker accetta la sua richiesta di assistere come inviata al processo che lei considerava un’occasione unica per conoscere da vicino l’origine di quel male mostruoso che tanto dolore aveva inflitto a lei e al suo popolo. L’immagine dell’ex gerarca nazista, accusato di essere uno dei principali responsabili dello sterminio, è affidato a immagini di repertorio (già proposte una quindicina di anni fa da un notevole documentario, Uno specialista - Ritratto di un criminale moderno di Eyal Sivan) che ne immortalano l’atteggiamento impassibile dinnanzi alle accuse della corte, dalle quali si difende sostenendo di avere solamente eseguito degli ordini dai quali era impossibile sottrarsi: nessuna richiesta di perdono, nessun apparente pentimento, solo una serie di numeri e rimandi a sigle e carteggi, come se si stesse trattando di merce e non di uomini condotti a una fine tragica. Un atteggiamento da impiegato, quello di Eichmann, che stupisce la filosofa, che si era preparata a incontrare l’incarnazione del male ideologico, feroce e bestiale, mentre scopre un uomo mediocre che “se ne sta seduto nella sua gabbia di vetro, ha pure il raffreddore e parla da burocrate. È il nulla”. Questa considerazione diventa il cardine del suo pensiero e del lungo articolo che scriverà per il New Yorker: il male introdotto in Occidente dal totalitarismo non è più radicale e profondo ma frutto dell’opera di gente priva di pensiero che ha rifiutato di essere umana, non si spiega quindi con l’egoismo di chi lo compie ma con la volontà di privare l’uomo di senso e di renderlo superfluo: la mediocrità dei carnefici non coincide con la profonda malvagità delle loro azioni. Parte del suo resoconto, inoltre, contiene un’aspra critica ai “capi” della comunità ebraica e alla loro commistione con i nazisti: se gli ebrei non avessero avuto gerarchie, sostiene espressamente la Arendt, il numero di morti accatastati nei campi di concentramento non sarebbe stato così alto. Si tratta di concetti duri da digerire per un popolo che ancora sentiva bruciare le ferite della Shoah e che vedeva nella posizione della donna (già in passato criticata per la sua relazione con il pensatore Martin Heidegger) un’assoluzione del criminale, quando invece la Arendt condannò sempre fortemente Eichmann, ma fu solo colpevole di guardarlo da un punto di vista filosofico, senza pregiudizi e sete di vendetta ma ponendosi delle domande per capire di più l’uomo e il senso del male. Quando la rivista newyorkese, dopo diversi dubbi, pubblicò due anni dopo gli articoli (che costituirono poi la base per il libro della Arendt), si levarono da più parti dure critiche e attacchi che portarono la reporter, accusata di essere arrogante, priva di sentimento e nemica del popolo ebraico, a dover lottare contro amici e nemici per affermare le sue idee coraggiose e originali. Lo stile didascalico, che pure a tratti risulta quasi eccessivo per il suo rigore, ha il pregio di affrontare con chiarezza un tema delicato e di delineare nitidamente i tratti di una donna acuta e risoluta (impersonata da un’ottima Barbara Sukova). E se mentre poco incisive appaiono le finestre che si aprono sul passato della Arendt e del suo rapporto con Heidegger, la sottile ironia che più volte affiora, specchio di un altro aspetto saliente della donna, riesce a rendere lieve il tratteggiare un’importante pagina di uno dei più grandi drammi della storia. (Pietro Sincich) www.sentieridelcinema.it

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Hannah Arendt, l’ebrea che scandalizzò il mondo mostrando la “banalità” dello sterminio nazista

Gennaio 27, 2014Luigi Amicone

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