...nihil humani a me alienum puto

IL FIGLIO DELL'ALTRA

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Francia 2012, 105'
Genere: Drammatico
Regia di: Lorraine Lévy
Cast principale: Emmanuelle Devos, Pascal Elbé, Jules Sitruk, Mehdi Dehbi
Tematiche: famiglia, religione, appartenenza, conflitto israelo-palestinese, rapporto genitori-figli
Target: da 14 anni

Imperdibile


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Mentre Joseph Silberg affronta gli esami fisici per entrare nell’esercito israeliano, scopre che lui è stato scambiato con un altro bambino, Yacine, cresciuto con una famiglia palestinese…




Recensione

Scritto e girato con spirito di compassione e sensibilità, l’apologo di Lorraine Lévy parte da un presupposto melodrammatico (lo scambio di bambini in due famiglie su opposti fronti) per affrontare una riflessione profonda sull’identità, l’amore e l’appartenenza.

Due figli, scambiati in culla (non casualmente anche a causa di un evento di guerra che determina l’evacuazione dell’ospedale in cui sono nati), crescono in famiglie di etnia e religione diversa, divisi da un muro ma più vicini di quello che credono. La scoperta della propria identità originaria è un colpo destinato a scombinare le carte degli affetti, dei pregiudizi e delle convinzioni, ma anche a generare inevitabili domande sul destino, sulla determinazione “naturale” e sulla libertà.

Joseph, allevato nella religione ebraica, non essendolo per realtà “genetica” dovrebbe in teoria “riconvertirsi” ad essa con una cerimonia apposta e si vede precluse una serie di scelte (come quella di arruolarsi in aviazione) proprio a causa della sua origine.

Yacine, per i cui studi parigini la famiglia non ha lesinato sacrifici, è costretto a riconsiderare il rapporto con un fratello che non lo riconosce più come tale e piangere in modo del tutto nuovo il fratellino “palestinese” perduto in un bombardamento.

La pellicola si prende il tempo di esplorare le diverse reazioni dei due ragazzi, ma anche quelle delle loro famiglie: le madri, istintivamente pronte non solo a ri-appropriarsi del figlio cresciuto, ma anche desiderose di accogliere quello perduto; i padri, in modo diverso in preda al pregiudizio e al rifiuto.

La forza del dramma è intensificata dal fatto che entrambe le famiglie, nelle loro diversità, sono comunque presentate come fatte di persone fondamentalmente buone ed oneste, seppure incapaci talora di uscire da schematismi interiorizzati fin dall’età più tenera.

Colpisce la reazione di Bilal, il figlio maggiore della famiglia palestinese, che di fronte alla scoperta reagisce con una violenza inversamente proporzionale all’affetto dimostrato al “fratello” minore in precedenza. Una reazione che è resa più ambigua e complessa dalla possibilità di un suo risentimento precedente per le possibilità offerte a Yacine con i suoi studi parigini (di medicina, intrapresi proprio in memoria del fratello bambino morto).

Senza pretendere di offrire né un panorama esaustivo delle relazioni israelo-palestinesi, né risposte semplicistiche o consolatorie a domande e problemi complessi, Il figlio dell’altra ha il merito di penetrare senza pregiudizi nel vissuto di persone comuni messe di fronte a una prova eccezionale.

Uno sguardo limpido, affettuoso, a 360°, che spesso manca a pellicole che affrontano questi temi in una prospettiva principalmente o esplosivamente “politica”. In questa prospettiva non c’è spazio per un “nemico”, che è anche, sia metaforicamente che naturalmente, fratello.

L’attraversamento del muro eretto dagli Israeliani per difendersi dagli attacchi terroristici, problematico per l’ufficialmente palestinese Yacine, e molto più semplice per il (falso) ebreo Joseph, è sì il simbolo di un mondo al contrario, intrinsecamente contraddittorio, ma è anche l’inizio di un dialogo che, forte di un affetto genitoriale difficile da rinnegare, può diventare la chiave di un’esperienza nuova e rigenerante.

La visita di Joseph alla sua vera famiglia, e soprattutto il viaggio tra i “nemici” dell’ebreo Silberg (che, tra le altre cose, è anche un militare), in cerca di quel figlio che non è più suo, ma in fondo non potrà mai non esserlo, è il culmine di un percorso avvincente ed autentico, fatto di slanci, contraddizioni, passi falsi ed emozioni fino a una faticosa accettazione.

Per il film di Lorraine Lévy, invece, si potrebbe rispolverare, rafforzato e rivisto, il motto di Terenzio “homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Nessuno dei due ragazzi potrà mai davvero riavere la vita che gli è stata tolta, ma forse potrà rendere davvero giustizia alla propria identità e a quella dell’altro compiendo fino in fondo quello che un destino misterioso gli ha regalato.

Laura Cotta Ramosino


Fonte: www.sentieridelcinema.it

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