...nihil humani a me alienum puto

Ripartire dalla cultura dell'incontro

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La lezione di padre Samir Khalil Samir a Verona, lo scorso 15 maggio 2015

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«Sì può sempre, a qualsiasi livello, essere fattore d’unione: questa è la vocazione di ogni uomo ed il dialogo è l’unica via.» Questo il messaggio finale espresso da padre Samir Khalil Samir durante l'incontro dal titolo "Ripartire dalla cultura dell'incontro. Occidente e Islam a confronto", tenutosi all’Università degli Studi di Verona il 15 maggio 2015. Padre Samir, gesuita già professore di Islamologia all’Università St. Joseph di Beirut e recentemente nominato prorettore del Pontificio Istituto Orientale di Roma, è stato invitato dal Centro di Cultura Europea Sant’Adalberto e dal Gruppo Studentesco Il Portico, con il sostegno della Fondazione Giorgio Zanotto ed il contributo dell’Ateneo scaligero, per parlare della possibilità di un dialogo fra le persone di fedi diverse in seguito alla serie di tragici eventi che sembrano portare ad un inevitabile conflitto tra i fedeli musulmani ed il resto dell’umanità.
Attualmente vi è in atto una crisi profonda all’interno del mondo islamico, ha spiegato padre Samir che da arabo nato al Cairo ha sottolineato come, allo stesso modo di un europeo che non può non dirsi culturalmente cristiano nonostante di altra religione o ateo, lui stesso benché cristiano non possa negare la propria cultura araba e di conseguenza partecipi alle vicissitudini di un mondo che è anche il suo. Mentre nel Medioevo il mondo arabo-musulmano viveva un periodo di ricchezza e vivacità culturale, dall’XI sec. la porta dell’interpretazione del Corano è stata chiusa senza che si sappia con certezza chi lo ha deciso e su quali basi. Da quel momento è iniziata un’involuzione che continua fino ai giorni nostri in cui, come ha affermato padre Samir, qualunque cosa, volenti o nolenti, viene dall’Occidente, a fronte di un Medio-Oriente permeato dall’immobilismo e dalla refrattarietà ai cambiamenti.
Di fronte a tutto ciò la risposta dei musulmani è stata un ritorno ideologico alle origini, alla ricerca di una purezza religiosa ed un’interpretazione letterale del Corano che dovrebbero consentire un risorgere della potenza e ricchezza del mondo islamico. Padre Samir ha mostrato come tale ideologia si sia affermata storicamente: attraverso l’abolizione del califfato ottomano ad opera di Atatürk che ha posto fine al simbolo dell’unità del mondo musulmano causando un enorme shock al suo interno, passando per la creazione dello Stato di Israele vissuto da tutti gli arabi come una grande ingiustizia, fino ad arrivare alla presa del potere da parte dei dittatori, che nonostante la brutalità riescono a garantire una certa sicurezza, e la nascita di movimenti integralisti come Salafiti e Fratelli Musulmani. Lo stesso Stato Islamico nasce da questi fatti. Gli avvenimenti storici hanno suscitato una forte ondata di vittimismo e rabbia contro l’Occidente, spesso intervenuto con una politica miope e goffa nelle vicende mediorientali; vittimismo che però, ha ribadito padre Samir, non si giustifica: gli arabi sono, prima di tutto, vittime di se stessi e di una cultura che è stata bloccata. I recenti discorsi del Presidente egiziano al-Sisi e del Grande imam dell’Università di Al-Azhar al-Tayeb, entrambi incentrati sulla necessità di rivoluzionare il modo di pensare del mondo islamico e ripensare le modalità di insegnamento agli imam, sembrano andare verso una presa di coscienza dei problemi interni.
Cosa fare di fronte a ciò? Eventuali interventi militari possono essere utili solo se ben indirizzati ma di fronte a terroristi e miliziani che si confondono con la popolazione civile sarebbero efficaci solamente campagne sul campo che non si può pretendere vengano portate avanti dai Paesi occidentali. La soluzione è quindi culturale, si tratta di vincere l’ideologia che serpeggia nel mondo islamico aiutando chi tra i musulmani non aderisce ad un’interpretazione radicale della religione, facendo acquisire peso ai pensatori liberali contro gli imam integralisti che attualmente hanno più presa sulla popolazione. In primo luogo sono gli stessi fedeli islamici a dover decidere che cos’è l’islam, se è una religione o se è una forma politica, se c’è spazio per un’interpretazione o se vi può essere solo un’applicazione letterale dei suoi precetti. Anche nella Bibbia, ha ricordato padre Samir, ci sono passi che se applicati alla lettera sarebbero assurdi ai nostri giorni e che, conseguentemente, devono essere interpretati e contestualizzati: lo stesso vale per il Corano, per la sharia o per i detti attribuiti a Maometto.
L’aiuto che possono portare i cristiani si basa sul rispetto nei confronti della religione islamica e nella ricerca del dialogo per arrivare ad un’educazione che vinca il radicalismo. Padre Samir ha sorpreso tutti dichiarando che l’afflusso di musulmani in Europa è una grande occasione, soprattutto in Paesi come l’Italia ancora religiosi e non laicisti: questi Stati sono rispettati dai musulmani che si sentono accolti e ciò li avvicina alla cultura locale allontanandoli dal fanatismo Ricordando anche l’esperienza di SWAP iniziata dal prof. Wael Farouq all’Università Cattolica di Milano, padre Samir ha spiegato come il luogo in cui può iniziare l’incontro sia la vita quotidiana, la condivisione dei problemi di ogni giorno, ed ha invitato a non avere paura di conoscere le persone musulmane che vivono vicino a noi: non è difficile ma si deve sempre essere disponibili, in questo le donne sono facilitate perché più naturali, più predisposte all’incontro. Finirà la guerra? Alla domanda finale non c’è risposta sicura, di certo il cammino dell’educazione, indicato come l’unico possibile, richiederà decenni. In questo tempo dobbiamo sforzarci di essere fattore d’unione e chiederlo a Cristo con la preghiera, un invito che ci richiama anche ad aderire all’iniziativa della CEI che ha voluto dedicare la prossima Veglia di Pentecoste ai cristiani martiri e perseguitati nel mondo.

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(Mattia Fusina)

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