...nihil humani a me alienum puto

Chi non ha istinto sessuale....

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Chi non ha istinto sessuale è un vizioso, parola di prete

Ma quale turpitudine conseguenza del peccato, san Tommaso spiega che la sovrabbondanza del piacere è conforme alla ragione.

di don Francesco Ventorino

6 agosto 2008

Nel Medioevo si discuteva appassionatamente di tutto ciò che riguardava la verità sull’uomo e su Dio, delle questioni ultime dell’esistenza, cioè di quelle connesse al senso e al destino della vita umana. Tra queste i teologi dissertavano su cosa sarebbe stato l’uomo se fosse rimasto nello stato d’innocenza in cui era stato creato e in particolare se in quello stato la vita umana si sarebbe moltiplicata per generazione da parte dell’uomo e della donna e se questa sarebbe avvenuta attraverso l’unione sessuale.

Molti teologi erano schierati contro questa ipotesi, a causa della “turpitudine che si riscontra nell’atto sessuale” e pensavano che il genere umano si sarebbe moltiplicato in maniera diversa, come furono moltiplicati gli angeli, cioè per un diretto intervento divino. Da giovane studente, quando sono stato inoltrato agli studi tomistici dai miei professori gesuiti della Pontificia Università Gregoriana, sono stato colpito dalla decisione con la quale san Tommaso d’Aquino aveva avversato questa posizione. “Questa opinione non è ragionevole. Infatti le attribuzioni di ordine naturale non sono state né sottratte, né conferite all’uomo a motivo del peccato. Ora, è evidente che, secondo la vita animale posseduta anche prima del peccato era naturale per l’uomo generare mediante la copula, allo stesso modo che per gli altri animali perfetti. Ne abbiamo la riprova negli organi naturali, destinati a tale funzione. Non si dica, quindi, che prima del peccato essi non sarebbero stati usati” (Tommaso d’Aquino, “Summa Theologiae”, I, q. 98, a. 2).

Per quanto riguardava, poi, l’obiezione che alcuni facevano circa la possibilità di un atto sessuale che fosse privo di peccato, perché “in qualsiasi atto venereo c’è un eccesso di piacere, il quale assorbe la ragione al punto che, a detta di Aristotele (settimo libro dell’Etica), ‘in esso è impossibile intendere qualcosa’”, Tommaso rispondeva che “la sovrabbondanza del piacere che è nell’atto sessuale conforme all’ordine della ragione, non è contraria al ‘giusto mezzo’ della virtù […]. Né è contraria alla virtù per il fatto che la ragione non può compiere un atto libero di conoscenza intellettiva contemporaneamente a quel piacere. Non è infatti contrario alla virtù che l’atto della ragione sia talvolta interrotto per un qualcosa che avviene secondo ragione: altrimenti sarebbe contrario alla virtù abbandonarsi al sonno” (Ibid. II-II, q. 153, a. 2, ob. 2, ad 2).
Mi ha sorpreso ancora di più il passaggio successivo, nel quale l’Aquinate sostiene che nel Paradiso – per l’imperturbabile attività dello spirito – il piacere connesso all’atto generativo sarebbe stato ancora più gagliardo, conformemente al superiore affinamento della natura e alla superiore sensibilità del corpo. “Alla ragione – infatti – non spetta rendere minore il piacere dei sensi, ma impedire che la facoltà del concupiscibile aderisca sfrenatamente al piacere dei sensi; e sfrenatamente qui significa oltre i limiti della ragione […]. Questo è il senso delle parole di sant’Agostino che non vogliono escludere dallo stato di innocenza l’intensità del piacere, ma l’ardore della libidine e l’inquietudine dell’animo” (Ibid. I,q. 98, a. 2, ad 3.).
Ecco, dunque, la vera questione: l’uso della facoltà sessuale contro o oltre l’ordine della ragione genera nell’uomo un ardore libidinoso incontrollabile che porta con sé una inquietudine profonda.
L’ordine della ragione è quello della realtà così come si manifesta all’uomo per la luce dell’intelletto di cui è dotato naturalmente e per la luce che viene dalla rivelazione di Cristo. L’arroganza per la quale l’uomo si ribella a quest’ordine proponendo il suo arbitrio come principio assoluto di comportamento genera infatti – secondo Agostino – al suo interno una ribellione di tutte le facoltà: esse divengono incontrollabili dalla ragione e perciò fonte di inquietudine e di paura oltreché di vergognosi eccessi.

“La pena di quel peccato che è la disobbedienza – scrive sant’Agostino – è stata pagata con la disobbedienza stessa. L’infelicità dell’uomo – infatti – non è altro che la disobbedienza di sé contro se stesso, cosicché egli vuole ciò che non può, perché non volle ciò che poteva” (Agostino d’Ippona, “De civitate Dei”, XIV, 15). E con fine ironia dimostra come anche la funzione sessuale non sia più sottomessa alla decisione della volontà, cosicché “talora quell’impulso è inopportuno e non desiderato; talvolta invece pianta in asso chi sta spasimando e così nell’anima si brucia dal desiderio mentre il corpo è gelido. In tal modo, cosa davvero sorprendente, la passione non soltanto non si pone al servizio della volontà di generare, ma neanche della passione più sfrenata; e mentre il più delle volte resiste completamente allo spirito che cerca di frenarla, qualche volta entra in contrasto con se stessa e dopo aver turbato l’anima non arriva da sola a turbare anche il corpo” (Ibid., XIV, 16). Questa sarebbe la ragione per cui dopo il peccato l’uomo, “avendo perso quel potere a cui il corpo era completamente sottomesso, ma non il pudore, avvertì questa passione, la esaminò, se ne vergognò, la nascose” (Ibid., XIV, 21).

Torniamo adesso alla concezione di quell’ordine della ragione contro il quale, l’uomo con il peccato si sarebbe ribellato e continua a ribellarsi, e in particolare cosa questo comporti nei confronti della sessualità e dell’amore umano. Abbiamo detto che, secondo Tommaso, l’ordine della ragione è l’ordine della realtà che si manifesta all’uomo per l’intelletto di cui è dotato in quell’avvenimento che è l’evidenza, in forza della quale la realtà gli si impone nella sua innegabile verità. L’ordine della ragione non ha dunque nulla di intellettualistico, non è un sistema di pensiero, ma risulta da una esperienza elementare che tutti gli uomini possono fare, anche se storicamente, per la fragilità della condizione umana, dovuta al peccato, essi hanno bisogno di quella “purificazione della ragione” che viene operata dalla fede cristiana. Si tratta di un compito della chiesa che, come ha recentemente ricordato Benedetto XVI nella sua prima Enciclica, non è quello di sostituirsi alla ragione; ma di servire alla sua purificazione “dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano”, in modo che “ciò che è giusto possa, qui e ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato” (Benedetto XVI, “Deus caritas est”, n. 28).

Secondo l’ordine della ragione, per Tommaso d’Aquino, l’istinto sessuale non è un male necessario, ma un bene. Anzi la completa, radicale insensibilità a ogni genere di emozioni sessuali, che parecchi vorrebbero ritenere “vero” ideale e perfezione della vita cristiana, viene giudicata nella “Summa Theologiae” non solo difetto, ma un vizio vero e proprio (II-II, q. 142, a. 1). L’ordine della ragione importa, dunque, in primo luogo che la funzione della forza sessuale non venga repressa, impedita, ma abbia compimento nel matrimonio. “Il matrimonio o coniugio si dice vero, quando raggiunge la sua perfezione. Ma una cosa può avere due perfezioni. La prima consiste nella forma che dà alla cosa la sua natura specifica, la seconda invece consiste nell’operazione per cui la cosa raggiunge il suo fine. Ora la forma del matrimonio consiste nella indivisibile unione degli animi, che obbliga ciascuno dei coniugi a mantenersi perpetuamente fedele all’altro. Il fine poi del matrimonio consiste nella generazione e nell’educazione della prole: la prima mediante l’unione carnale, la seconda mediante le attività per mezzo delle quali marito e moglie si aiutano a vicenda per allevare la prole” (III, q.29, a.2, c).

In questa prospettiva la sessualità umana esprime nel matrimonio “l’indivisibile unione degli animi” e la decisione di “mantenersi fedele all’altro”. Essa è una funzione, una sorta di linguaggio con il quale ci si dice reciprocamente: “Ti amo e voglio amarti per sempre e per questo ti voglio padre/madre dei miei figli”. Al di fuori di questa sua ratio naturalis essa non può che generare impotenza e paura, che portano a una reciproca violenza e difesa. E’ proprio quello che era stato profetizzato ai nostri progenitori dopo il peccato, secondo il libro della Genesi (3,16), quando Dio disse alla donna: “Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su di te”.
La sessualità umana perché diventi linguaggio di amore esige una continua e profonda educazione della persona: si tratta di quel passaggio mai perfettamente compiuto dall’eros all’agape, dall’ebbrezza del possesso a una matura donazione di se stesso, di cui parla Benedetto XVI nella Enciclica già citata, che è possibile solo dentro una coscienza dell’altro, come segno della presenza di quel Mistero più grande che sta all’origine della nostra esistenza stessa e che quindi merita da noi una devozione assoluta, quasi un’adorazione, che è esattamente l’atto opposto a quella ribellione originaria e quotidiana, che nasce dal rifiuto da parte dell’uomo di appartenere a Dio.

Un grande educatore dei nostri tempi, che ha segnato decisamente tutta la mia sensibilità umana e cristiana, don Luigi Giussani, raccontava di un ragazzo, che aveva avuto come alunno quando insegnava al Seminario di Venegono, “un tipo caratteriale che non parlava con nessuno tranne che con me, che ero suo professore”, al quale aveva sempre detto: “Tu cambierai quando vorrai bene a una donna”. Incontratolo dopo tanti anni, durante un viaggio in treno, si sentì dire: “Sa che devo darle ragione: mi sono innamorato e sposato e sono contento”. “E aveva davvero un’altra faccia”, continua don Giussani: “Ma a un certo punto gli ho visto fare, gli ho visto rifarsi la sagoma ironica che aveva in seminario: ‘Però ci sono momenti in cui penso che avevo ragione. Quando dico a mia moglie: Ti adoro, tu sei mia, io sono tuo, ti vorrò bene per sempre, mi viene da ridere, perché capisco che sono tutte balle’. E io gli ho risposto: ‘Ma se tu guardassi alla tua donna come l’emergere in mezzo a tutto il mondo, di qualcosa di unico…, come l’emergere del mistero che fa il mondo e che tocca te, che riguarda te e vuole te. Se tu la guardassi come il punto, l’emergenza in cui il mistero predilige te, ama te, potresti dire: Ti adoro, alla tua donna! Allora puoi dirle: Ti adoro! veramente. Se lei è il segno vivente, reale del Mistero, puoi usare queste parole in modo serio’”. E don Giussani aggiungeva: “Chi non capisce questo, non può vivere con dignità, con coscienza, con consapevolezza, responsabilità, letizia, la verginità”. (Luigi Giussani, “Affezione e dimora”, Bur, Milano 2001, pp. 117-118). Perché il senso di ogni amore è la verginità: la verginità è, infatti, l’amore verso l’altro come a quel punto in cui il mistero di Dio ti si fa più prossimo; essa è quindi un amare capace di adorare. Per cui anche il rapporto coniugale, proprio nell’atto sessuale che lo esprime e alimenta, o assume nel tempo la maturità della verginità, oppure fa ridere e quelle cose non si dicono più. Difatti quelle cose: “Ti adoro, tu sei mia, io sono tuo, ti vorrò bene per sempre…”, a lungo andare si smette di dirle, perché fanno ridere, perché, “si sa, siamo grandi, siamo adulti, e quindi non raccontiamoci più queste balle”.

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