...nihil humani a me alienum puto

Cineforum 2018

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La vita ordinaria di un docente di fisica viene sconvolta da una concatenazione di fatti inspiegabili.

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Partiamo da una domanda: ma è un film che pone domande e si interroga su cose serie o è un semplice gioco gaio, nichilista e triste alla maniera dell’ultimo Allen ? La domanda non è retorica. I Coen sono registi seri che spesso si prendono delle “vacanze” cinematografiche. Non possono infatti che essere definite “vacanze” o “divertissement” film come il recente Burn after reading, divertente quanto vacua rilettura del cinema di spionaggio ma anche Ladykillers o Prima ti sposo, poi ti rovino, prodotti professionali e nel contempo giochini cinematografici sia per forma che per sostanza. I Coen, però, sono anche i registi di almeno due grandi film, senza contare quell’oggetto folle e memorabile che è Il grande Lebowski: Fargo e L’uomo che non c’era, due noir durissimi, senza speranza eppure carichi di umanità, di pietà, di perdono. La domanda, insomma, non è retorica né banale: i due fratelli, con A Serious Man, ci sono o ci fanno ? Proviamo a prenderli sul serio. A Serious Man è tutto tranne che un film divertente. Certo, il sorriso scappa qua e là anche per la costruzione di alcune sequenze volutamente surreali, come quella dell’entrata in scena dell’avvocato del protagonista, ma sotto una superficie leggera si nasconde la cupa disperazione di fervente ebreo che sta si sta preparando al Bar mitzvah del figlio. Il problema è che il mondo che sta attorno a lui pare impazzito. All’università dove Larry insegna fisica, non c’è studente che lo ascolti e l’unico ragazzo con cui ha a che fare è uno studente coreano che a mala pena parla inglese e che cerca di corromperlo. A casa è un disastro: la moglie lo tradisce con un altro ebreo dai modi affettati e inquietanti al tempo stesso. I figli sono mondi a parte impenetrabili. Amicizie: nessuna. Ci sono due vicini di casa: uno è un macho poco raccomandabile, l’altra è una donna che passa il tempo a prendere nuda il sole. Forse una tentazione ? O forse no. A completare il quadro c’è un fratello un po’ matto che passa il tempo in bagno e un avvocato che fatica a capire il punto della questione. La vita è un caos senza senso. I Coen ce lo dicono e ripetono da sempre. Dietro le vicende di tanti loro personaggi, dagli interpreti proprio di Fargo fino al recente Burn After Reading si muore e si vive, si ha successo o si ha sfiga per colpa del Caso che, con un gusto sadico e maligno, fa e disfa a proprio piacimento. La vita è un’enorme lavagna fitta di numeri ed equazioni matematiche che affermano all’unisono una cosa solo. Che i conti non tornano mai. E non tornano neanche all’Uomo Serio del titolo che di fronte al naufragio lento ma inesorabile della propria vita non può che fare la cosa più ragionevole e umana possibile. Chiedere. E infatti l’Uomo Serio chiede a tre rabbini. E la domanda è tale da far tremare i polsi. Perché Dio ci pone degli interrogativi ma non ci dà risposte. Il primo rabbino è evasivo, il secondo racconta una storiella insulsa, il terzo non lo riceve nemmeno. All’Uomo Serio non resta che tornare mestamente sui propri passi andando incontro, solo e senz’aiuto, letteralmente all’uragano senza senso della vita. Si potrebbe obiettare ai Coen di aver girato un trattatello di non senso, dove tutto è perfettamente senza senso, dove niente ha nome (e la scelta di prendere attori del tutto sconosciuti rientra in questa idea), dove tutto è contro l’umano. E può anche dar fastidio l’apparente freddezza con cui si racconta la morte, la malattia, il male. Ma a ben vedere, in questo film dal forte sapore autobiografico, c’è anche qualcosa di più, ben radicato nel cuore del protagonista. L’esigenza di un senso, nel senso letterale del termine, di una direzione dove andare, una strada da imboccare per assaporare quel che rimane di una felicità che i Coen, molto onestamente, nel loro film tanto divertito e ironico, si guardano bene dall’inserire o dal commentare. Il problema è che la risposta, il senso della cose e dell’esistenza non lo dà l’uomo, per quanto colto e pio possa essere. Lo dà Dio che secondo i Coen semplicemente è assente. E questa assordante assenza lascia se non addolorati, assai storditi. Altro che Giobbe, come una certa incauta critica ha tirato in ballo: Giobbe era di tutt’altra pasta perché Dio non lo ha mai abbandonato, una grazia che il povero Larry non ha potuto sperimentare. Avrebbe voluto magari, ma non gli è stata concessa.,

Simone Fortunato

 

Jack O'Brian ricorda la sua infanzia trascorsa con la famiglia nel Texas, negli anni '50.

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Frutto di un’elaborazione che dura da circa trent’anni, The Tree of Life (L’albero della vita) è l’opera più impegnativa di Terrence Malick, un regista che dai suoi esordi, nel 1973, ha diretto solo cinque film, lasciando trascorrere vent’anni tra il secondo (Il giorni del cielo) e il terzo (La sottile linea rossa), periodo nel quale ha insegnato filosofia all’università ed ha continuato a collezionare idee, immagini e riprese in parte rifluite in quest’ultimo film. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2011 (e accolto non senza perplessità dalla critica), The Tree of Life è un film accompagnato da una grande aspettativa, specie da quanti (e non sono pochi) considerano il regista, per i temi trattati e la profondità con cui li affronta, come un vero maestro, e non solo in senso cinematografico.

Il film affronta la vicenda degli O’Brian, una famiglia texana degli anni 50, vista attraverso gli occhi e i ricordi di Jack, il figlio maggiore: l’amore per la madre (Jessica Chastain), l’affetto tra Jack e i suoi due fratelli minori, il difficile rapporto con un padre severo (Brad Pitt) che cresce i figli con affetto ma anche con durezza spropositata. Ma la vicenda, oltre a spostarsi temporalmente dal passato al presente, con la figura di Jack adulto (Sean Penn) che silenzioso percorre luoghi affollati e solitari della città e della natura, apparentemente alla ricerca di qualcosa che plachi un interno tormento, si intreccia con una visione di incredibile respiro. Malick inizia il film con una voce esterna che cita la differenza tra lo scegliere di vivere secondo natura o secondo la Grazia, l’istinto o la compassione, una visione materialistica o religiosa della vita. Intanto sullo schermo scorrono impressionanti immagini della Terra e dell’universo, vere o realizzate digitalmente, che accompagnate da memorabili brani di musica classica fanno ripercorrere allo spettatore la creazione del pianeta e dei cieli, della vita in terra e nel mare, in un viaggio cosmico e naturale difficile da descrivere, ma che colpisce e lascia attonito lo spettatore. Questo voluto susseguirsi di visioni della natura si intersecherà ancora più volte con la vita dei coniugi O’Brian, che vediamo crescere il primo figlio, poi all’arrivo degli altri due, in scene di gioia domestica e di felice convivenza dominate dalla sensibilità e dall’amore della madre per i propri figli. L’eco dei ricordi di Jack arriva ai momenti della crescita, quando iniziano i primi confronti col padre, il desiderio di affermare la propria personalità, le prime scelte sbagliate e la ricerca del perdono in chi è stato offeso.

Da tutto il film trapela una dimensione trascendente della vita, l’esigenza dell’uomo di ricercare un senso ultimo delle cose, nella realtà e nella trama dei rapporti umani: ogni gesto, anche ostile, ogni manifestazione di affetto, magari incommensurabile come l’amore di una madre, non può – ripete il regista – bastare a se stesso. The Tree of Life è un poema; fatto di immagini, di scene, di racconto, di musica: a volte impetuoso, a volte delicato; non sempre di facile comprensione o fluido nella narrazione, vista anche la complessità delle scelte del regista. Ma, con i colori e pennelli tecnologici che il nostro tempo ci offre, con spirito poetico e impressionante sensibilità Malick mostra che la speranza dei rapporti umani è che c’entrino veramente con le stelle. Palma d’Oro al Festival di Cannes 2011.

Beppe Musicco

A inizio anni Novanta Biagio Conte vende tutto quello che ha e lascia la famiglia benestante a Palermo per incamminarsi alla ricerca del senso dell'esistere. Il suo è un percorso iniziatico che passa dalle montagne al mare, in totale povertà, ed è costellato di incontri in cui Biagio "smonta" e inverte di segno la diffidenza e l'ostilità dei suoi "fratelli", trasformando ogni contatto umano in un'occasione di speranza. Ad accompagnarlo ci sono le parole e l'esempio di San Francesco, e dunque il viaggio di Biagio non può che culminare ad Assisi dove, sdraiato sul pavimento della chiesa, l'uomo troverà la sua pace interiore. Ma avrà veramente trovato Dio?
Pasquale Scimeca racconta la (vera) storia di Biagio Conte come una parabola iniziatica e un antidoto per i nostri tempi bui: non a caso si svolge quando ancora c'erano le lire e un senso elementare di accoglienza non del tutto cancellato dalla paura ingenerata dalla crisi. Il punto di vista è quello di un laico, impersonato nel film dall'anziano regista che va ad intervistare Biagio ormai malato e si domanda: perché facciamo i film? La risposta di Scimeca è etica ed estetica: raccontare una favola morale senza sentimentalismi e senza fare dell'uomo che ne è protagonista un santo al di sopra del dubbio e dell'umana sofferenza, attraverso una telecamera digitale che segue Biagio passo passo, all'interno di una natura registrata in alta definizione come un'armonia di contrasti, seguendo una linea narrativa nitida ed essenziale, asciutta e rigorosa. Una linea dal percorso solo apparentemente casuale, in realtà guidato da una volontà interiore che trasforma il vagabondaggio di Biagio in un cerchio che si chiude: l'uomo finirà il suo viaggio nella nativa Palermo dalla quale è fuggito, disgustato dal materialismo del suo ambiente sociale, e fonderà proprio lì la sua Missione di Speranza e Carità per dare asilo agli ultimi e portare fino in fondo la sua ispirazione francescana.
Scimeca evita ogni compiacimento e sceglie la strada della semplicità, realizzando non il film che si era messo in testa, ma il film che quella storia gli ha dettato: anche lui si lascia guidare, con umiltà e partecipazione, dalla mano di Biagio, lasciando spazio alla possibilità (ma non alla certezza) che dietro quella ci sia una mano più grande. Il suo film non accetta compromessi, men che meno commerciali (la lentezza della storia non lo aiuterà con il grande pubblico), perché è lui stesso in missione per conto forse di Dio, certamente di una profonda ispirazione spirituale. Contrariamente ai registi di alta tensione mistica (uno per tutti: Carl Theodor Dreyer) Scimeca rifiuta l'ascesi e l'astrazione per rimanere con i piedi ben piantati a terra, nudi come quelli di un francescano, e ci fa sentire il freddo, la fame, la fatica, il dolore fisico. La sua ricerca parte dal basso e si mantiene rasoterra, perché è quintessenzialmente umana, non (ancora) imbevuta di grazia divina. Biagio decide di non toccare più soldi in vita sua, ma tocca liberamente le persone e gli animali, cogliendoli di sorpresa e convertendoli alla propria visione priva di paura, al proprio senso universale di fratellanza. La gente gli risponde perché si presenta disarmato, in ginocchio, dispensando consolazione e conforto. E il fatto che la sua gentilezza colga tutti contropiede la dice lunga sul nostro mondo circospetto.
Anche il film Biagio allarga l'anima e trova spazio al bene nelle nostre coscienze, non nel modo manipolativo della predica, ma in quello rassicurante dell'abbraccio. Le immagini limpide e croccanti fanno il resto, lavorando sul nostro inconscio per restituirci un senso del vero e del buono.


 
 
 
 

 
 

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