...nihil humani a me alienum puto

THE WALK

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The Walk  (id.)
Usa 2015 – 123′
Genere: Azione/Drammatico/Commedia
Regia di: Robert Zemeckis
Cast principale: Joseph Gordon-Levitt, Charlotte Le Bon, Ben Kingsley, Mark Trafford, Soleyman Pierini, Patrick Baby, Clement Sibony
Tematiche: sfida, impresa, vertigine, funambolismo, ossessione
Target: da 14 anni

Un funambolo francese, Philippe Petit, si pone la sua sfida più grande: camminare su un filo in mezzo alle Torri Gemelle di New York, a 400 metri d’altezza…

Recensione

Bell’inizio: un giovane francese a New York, sulla cima della Statua della Libertà, indica in lontananza le Twin Towers del World Trade Center, costruite da poco, e rievoca la sua impresa: camminare su un filo sospeso tra esse. E subito scaccia l’idea che si tratti di sfida alla morte, ma di sfida per la vita, per la bellezza.
Il film di Robert Zemeckis racconta la vita e le “opere” di Philippe Petit, o meglio la nascita della sua “vocazione” (da piccolo, in un circo vedendo degli acrobati) fino alla sua idea folle di fare una “passeggiata” (da cui il titolo) in mezzo alle Torri Gemelle, nel 1974. Prima lo vediamo cimentarsi a Parigi in piccole sfide, poi sempre più difficili, sempre illegali: perché a lui non piacciono permessi e autorizzazioni. Si concepisce artista, e infatti lega con una ragazza cantante di strada, di cui si innamora, con cui farà coppia anche artistica; e con un acrobata circense che gli insegna i segreti ma soprattutto l’arte di trattare il pubblico. A un certo punto, la scoperta che a New York si stanno costruendo le due torri più alte del mondo è una tentazione irresistibile, che diventerà ossessione. Per sua fortuna non è solo, ma oltre alla dolce Annie, ci sono il suo “fotografo ufficiale” Jean-Pierre e altri amici incontrati lungo il percorso, che diventano complici di un’operazione ad alto rischio, che può mandarli tutti in galera. O peggio, molto peggio: Philippe rischia la vita, volendo “esibirsi” a tutti i costi sul cavo d’acciaio – sarà stato fissato bene? – senza protezioni.
È appunto la voce narrante di Petit a raccontarci la storia, quindi la suspense dovrebbe essere relativa; anche chi non sappia nulla della vicenda potrebbe stare tranquillo. Peraltro di questa storia è stato realizzato anche un bel documentario, Man on Wire, vincitore del premio Oscar. Eppure, Robert Zemeckis – che qui torna su grandissimi livelli da cui mancava da parecchio – riesce a tenerci sulle spine, soprattutto nell’ultima parte del film, quando racconta la “camminata”. Prima, nella parte parigina, mette in campo personaggi e motivazioni, con stile spigliato e divertente, che ci fanno simpatizzare per la follia di questo francese che non capisce l’ostilità di chi lo vede come un pericolo e non come un poeta… Poco male, perché presto diventa New York la sua metà.
Dopo la preparazione meticolosa del piano – che Petit chiama “il colpo” – con complici sempre nuovi che si aggiungono, e i convenzionali e inevitabili momenti dei dubbi, delle paure, delle tensioni che possono compromettere l’operazione, l’ultima mezz’ora è adrenalina pura, sfida alle regole dell’uomo e alle coronarie dello spettatore (soffrite di vertigini, come peraltro il sottoscritto? Auguri…), con un 3D efficace come raramente abbiamo visto – temiamo che la versione “normale” tolga parecchio piacere alla visione – e una capacità di Zemeckis di tenere tutti gli elementi davvero prodigiosa. Il resto lo fa Joseph Gordon-Levitt, perfetto nel rappresentare questo piccolo e snodabile uomo che sembra scollegato dalla realtà ma non perde il controllo di nulla nel momento decisivo (tutto quello che si vede “sul filo” è davvero avvenuto, per quanto sembri incredibile…); ma anche i ruoli di accompagnamento sono ben interpretati, con una menzione per Ben Kingsley nel ruolo del “mentore” ma anche della giovane Charlotte Le Bon.
Certo, potrebbe sembrare poco interessante esaltare un’impresa che non è fuori luogo considerare insensata: come si può rischiare la vita in quel modo? Eppure Zemeckis riesce a non sorvolare su questo legittimo sospetto, ma al tempo stesso mostra la grandezza dell’uomo, così vicino lassù in cielo al significato di sé. «Petit non crede in Dio, ma Dio crede in Petit» disse in quegli anni con profonda arguzia il decano di una cattedrale di New York, dopo un’altra “performance” dell’inarrestabile funambolo francese.
C’è da aggiungere però che questa storia acquista una coloritura non solo di gloria e successo, ma anche di dolore per la sorte dei due colossi che furono ben più che semplice sfondo dell’impresa: Zemeckis non accenna didascalicamente all’11 settembre, ma è impossibile non pensarci. Ed è un malinconico finale quel che ci rivela di un privilegio (il pass senza scadenza che fu regalato a Petit, per poter salire per sempre sulla terrazza delle Torri tanto amate) che si dissolse in una mattina di settembre, a causa della violenza e dell’odio fanatico. Ma l’amore per quel luogo che gronda da questo film in qualche modo ha ridato loro vita.

Antonio Autieri

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