...nihil humani a me alienum puto

“VIA CRUCIS la pasión de Cristo” di F. Botero

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Visita alla mostra Botero – VIA CRUCIS. La pasiòn de Cristo

Palermo, Palazzo Reale

18 aprile 2015-04-17

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Fernando Botero è un personaggio controverso, tanto apprezzato dal pubblico, quanto poco considerato dalla critica di avanguardia.

Nella serie di opere in mostra l’artista si confronta col tema della Via Crucis, che come dice egli stesso, è stato uno dei grandi temi dell’arte fin dal XVI secolo, Poi cominciò gradualmente a scomparire e, al tempo della rivoluzione francese, era praticamente scomparso. Oggi è inesistente. Questo mi ha fatto pensare quanto fosse importante dare una nuova versione di questo tema con la sensibilità di un artista del ventesimo secolo.”

 

 

Fernando Botero, artista colombiano nato nel 1932, si è conquistato una fama mondiale grazie all’invenzione di un universo iconografico abitato da figure “espanse” in cui uomini e cose acquistano dimensioni deformate e insolite, mettendo in scena situazioni sospese e quasi prive di tensione psicologica.

 

Dalla natia Colombia ben presto il pittore si trasferisce in Europa, sua patria spirituale: dapprima in Spagna e poi in Italia, dove ha modo di studiare la grande pittura del Rinascimento, in particolare di Piero della Francesca, Paolo Uccello e Tiziano.

 

A partire dalla metà degli anni settanta Botero, interessato alla lavorazione del marmo, frequenta sempre più intensamente la Versilia, e rimane affascinato da quei luoghi, tanto che nel 1983 decide di acquistare una casa a Pietrasanta dove da allora trascorre lunghi periodi.

 

 

Botero oggi esegue le sue sculture e pitture tra Pietrasanta, Parigi, New York e Montecarlo, e trascorre buona parte dell’anno anche nella natia Colombia ed in Messico.

 

La Passione secondo Botero

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VIA CRUCIS - la pasión de Cristo” è una serie di 27 dipinti ad olio e 17 disegni in cui Botero unisce la tradizione della storia dell’arte occidentale ad elementi contemporanei per affrontare un soggetto sacro, ma con chiari riferimenti alla condizione umana, al dolore, all’ingiustizia e alla sofferenza nel mondo di oggi.

 

Ci sembra interessante la posizione che lo stesso artista dichiara di fronte al tema trattato: “Io non sono una persona religiosa ma ho un grande rispetto per questa tematica che è stata fondamentale nella storia dell’arte. Sono quadri dipinti nel mio stile ma realizzati senza satira, con totale rispetto verso il tema sacro. Un soggetto drammatico che ho trattato con grande riguardo. Ho letto tutto sull’argomento. A quei tempi, i pittori mescolavano la realtà quotidiana con la Storia. Come molti artisti, nelle mie opere cerco di mescolare la verità storica con alcune libertà, come ad esempio l’uso di personaggi contemporanei collegati all’immagine del Cristo”.

 

Spero che la gente riesca a capire che un’artista deve prendersi certe libertà. L’arte dovrebbe dare all’uomo momenti di felicità, un rifugio di esistenza straordinaria, parallela a quella quotidiana. Invece, gli artisti oggi preferiscono lo shock e credono che basti provocare lo scandalo. Nella Via Crucis non è stato questo il mio obiettivo.”

 

Tra le caratteristiche principali della serie si possono notare la consueta maestria del pittore nell’elaborazione della composizione e dei colori, tuttavia ravvivata e resa più incisiva dal contrasto con l’asprezza che accompagna l’elaborazione del tema della sofferenza di Cristo. Compaiono ancora una volta i riferimenti a capolavori dell’arte universale e ad altre opere di Botero, insieme con personaggi antichi e moderni gli uni accanto agli altri e alla combinazione di scenari tratti dal passato e spazi contemporanei.

 

Botero dichiara il suo omaggio alla tradizione inserendo la propria immagine, in piccolo, come quella del donatore nei dipinti medievali, nella tela del Bacio di Giuda: “Masaccio si è autoritratto accanto a Gesù nella Cappella Brancacci a Firenze; Pinturicchio negli affreschi di Siena e Michelangelo nel Giudizio Universale alla Cappella Sistina. Io ho indossato il miglior vestito della festa per apparire umilmente nell’opera, accanto a Cristo. E non poteva essere diversamente”.

Tra tutte le tele, quella che rappresenta al meglio lo spirito di sacrificio e di passione, è la Crocifissione, intesa da Botero come simbolo della cristianità, e di cui l’autore dipinge diverse versioni, ogni volta cercando di dire qualcosa di

diverso. Il pittore dichiara ancora: “Ho voluto presentare il dramma di Cristo come se fosse vissuto da un essere umano. L’unica allusione alla divinità di Cristo è rappresentata nell’opera Sepoltura in cui appare un angelo che vola sopra la scena.”

 

A noi sembra che questo ciclo della Via Crucis possa essere letto come attualizzazione di forme di arte popolare, dal sapore molto teatrale anche se a tratti fumettistico. Come ci ha detto in una conversazione il critico Giuseppe Frangi: “È Via Crucis da murales più che da chiesa, da Sacro Monte contemporaneo, che concede qualcosa quindi anche al linguaggio un po' caricaturale dei fumetti”.

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Lo stile di Botero

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Il soggetto prediletto dal pittore è sempre la figura umana colta nelle più diverse situazioni. L’elemento che lo rende unico e immediatamente riconoscibile sono ovviamente le figure “espanse”, dilatate così da assumere forme insolite, grottesche, quasi irreali. L'artista appare distante dai suoi soggetti, ai quali in genere manca la dimensione morale e psicologica. Gli occhi sono innaturalmente spalancati, gli sguardi sono sempre persi nel vuoto, sembra quasi che osservino senza guardare, e la dimensione prevalente è la frontalità, che richiama la pittura di matrice bizantina, in una visione insieme arcaica e moderna.

 

In realtà questo aspetto è in parte superato nella Via Crucis: anche se le figure mostrano tutti i canoni del “boterismo” accennano anche delle espressioni, e la gestualità si fa spesso tesa e drammatica. La deformazione viene usata dall’artista per meglio comunicare, per rendere più efficacemente concetti immediati.

 

Le figure appaiono spesso anche sproporzionate, in quanto nei rapporti dimensionali prevale spesso una proporzione gerarchica, che altera i rapporti di vicino e lontano. Il colore è steso in campiture piatte, prive di contrasti chiaroscurali e senza contorni marcati.

 

Un ultimo aspetto interessante della pittura di Botero, e che non appare così immediato a un primo sguardo, è che per lui dipingere significa tendere ininterrottamente verso una perfezione ideale. Dimentichiamo quindi l’idea che la apparente facilità delle opere di Botero sia il frutto di un esecuzione spontanea e istintiva.

 

La pittura è per Botero un’esigenza interiore, e insieme un profondo piacere. In questo è lontanissimo dall’idea dell’artista preda del furor creativo del genio e drammaticamente ripiegato su se stesso. Non solo lavora quotidianamente, ma

 

lo fa in modo concentrato e sereno perché non crede “all’arte che scaturisce dal dolore”.

 

Uno dei suoi scopi primari è raggiungere la congruenza tra se stesso e la sua opera. “Ho riconosciuto con soddisfazione, che, seguendo me stesso, mi comporto degnamente anche nei confronti del mio paese. Essendo capace di dipingere, devo esprimere cose senza copiare gli americani o i francesi e realizzare opere pseudo-americane o pseudo-francesi. Devo dipingere quadri colombiani e la cosa sorprendente, in tutto ciò, è che con dipinti prettamente colombiani so impressionare tedeschi, francesi, giapponesi”.

 

Per comprendere come la posizione di Botero umana sia profondamente seria nella sua volontà di confrontarsi con la storia sacra, mi sembra interessante richiamare un romanzo dello scrittore ebreo Chaim Potok, Il mio nome è Asher Lev. Il protagonista, Asher Lev, è un bambino ebreochassidico di Brooklyn, nato con uno straordinario dono per la pittura, che si scontra con la cultura ebraica e le sue tradizioni. La sua arte lo porta a confrontarsi con il tema della Crocifissione provocando la rottura con il suo ambiente di origine. Il romanzo affronta dunque il tema del rapporto conflittuale tra fede e tradizione da una parte e mondo contemporaneo e arte dall’altra.

 

Per rappresentare con l’intensità voluta il dolore della madre, infatti, Asher non può fare altro che dipingere la donna legata alla finestra della propria casa nella posizione del Cristo crocifisso, come esempio archetipo di sofferenza universale, capace di abbracciare il mondo e di essere compresa da tutto il mondo. “Il tormento e l’angoscia lacerante che sentivo in lei li posi nella sua bocca, nella torsione del capo, nell’inarcamento del corpo esile, nella stretta dei piccolo pugni, nella tensione delle gambe sottili”. “Per il Padrone dell’Universo il cui mondo di sofferenza io non capisco. Per i sogni di terrore, per le notti d’attesa, per i ricordi di morte, per l’amore che ho per te, per tutte le cose che ricordo, per tutte le cose che dovrei ricordare ma ho dimenticato, per tutte queste cose ho creato questo quadro – io, un ebreo osservante che lavora su una crocefissione perché nella sua tradizione religiosa non esiste alcun modello estetico al quale far risalire un quadro di angoscia e di tormento estremi”.

 

(Rita Martorana Tusa)

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