Presentazione del Libro del Mese
14 aprile 2025  - Officina di Studi Medievali

 

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 Conversazione in collegamento col prof. Giovanni Molfetta, brillante curatore e traduttore di alcuni testi inediti di Gilbert Chesterton: Giovani idee, la felicità di pensare dell’editrice Ares.

«Abbozzai la storia di un tale d’animo buono, che andava in giro con una pistola e la puntava a bruciapelo contro il pessimista, se mai diceva che la vita non valeva la pena di essere vissuta». Con l'ironia e il paradosso che lo contraddistinguono, Chesterton ridesta lo stupore per la vita quotidiana come via privilegiata per decostruire ogni ideologia e vivere intensamente il reale.

Interessante recensione a 'UomoVivo' di G.K. #Chesterton curata da @martinapolicarpo

Ci sono libri che non si leggono: si vivono. Uomovivo è uno di questi. È un romanzo che non vuole raccontarti una storia e basta, ma ti invita a guardare diversamente la tua, a rimettere in discussione la normalità, a riscoprire il miracolo della realtà quotidiana.

Innocent Smith, il protagonista, sembra un matto. Arriva in casa delle persone saltando un muro, facendo discorsi assurdi, trasformando la noia in festa e il dubbio in una domanda radicale: vuoi vivere davvero, o solo esistere per inerzia? Ma pian piano, con la forza travolgente della sua gioia e del suo coraggio, capiamo che Innocent è, in realtà, il più sano di tutti.

In un mondo depresso, stanco, filosoficamente sfiduciato, lui irrompe con un’allegria spiazzante e spiega così la sua “cura”:

“Scavalcare un muro, arrampicarsi su un albero... ecco la sua terapia per noi”.

Smith non è superficiale. È stato nell’oscurità, ci è passato davvero. In uno dei momenti più intensi, affronta il rettore di una scuola, un uomo che ha fatto del pessimismo una dottrina di vita. E gli dice:

“Io mi chiedo prima che io vi faccia saltare il cervello o che vi lasci entrare nel vostro studio, vorrei far chiarezza sul punto metafisico a cui siamo giunti. Ho capito bene: voi scegliete la vita?”.

E il rettore, spiazzato, risponde di sì. Non perché gli sia stato “dimostrato” qualcosa, ma perché Smith ha acceso di nuovo in lui il desiderio, la fame di senso. Quella fame che a volte si spegne sotto la cenere di discorsi razionali ma vuoti.

Il messaggio di Chesterton è chiaro: non dobbiamo cercare la vita altrove, ma ritrovarla qui, tra le cose comuni. Proprio per questo, Smith dice:

“Dio mi ha ordinato d’amare e di servire un determinato luogo, e mi ha fatto fare, in onore di esso, una quantità di cose anche bizzarre, affinché questo luogo potesse servirmi a testimoniare […] che il Paradiso è in un qualche posto e non dappertutto”.

E c’è una bellezza speciale anche nella visione dell’amore. L’amore per una donna, per una casa, per un quartiere, per la propria routine: tutto viene riscattato, non come prigione, ma come forma altissima di libertà. È la libertà di scegliere, ogni giorno, di tornare a casa, di restare, di costruire. “Restare è la vera avventura”, dirà in un altro testo Chesterton. E qui ce lo fa toccare con mano.

Bellissima anche la riflessione sull’istituzione e la regola, spesso viste come ostacoli alla libertà, ma che invece, se vissute con allegria e creatività, diventano strumenti per esprimerla:

“Non siamo mai liberi fino a quando un’istituzione non ci rende liberi. E la libertà non può esistere finché non ci sia un’autorità che la dichiari”.

E non posso non citare Mary Grey, la giovane donna che sembra portare nel volto la luce del mondo intero:

“Il suo viso quasi triangolare apparve come un pezzo triangolare di specchio, riflettendo lo splendore della luce di ore prima. […] La sua felicità era così affascinante da far trattenere il respiro”.

Tutto in Uomovivo ci spinge a riscattare lo stupore, a tornare bambini, ma non nel senso ingenuo del termine. Anzi, in uno dei passaggi più belli, Smith dice:

“La cosa più selvaggia del West non era un cowboy ma un bambino. La cosa più bizzarra del mondo non è un uomo vestito da Arlecchino, ma un uomo vestito da uomo”.

Chesterton gioca sempre con questi ribaltamenti: ciò che sembra folle, in realtà è saggezza. Ciò che pare noioso, se visto con occhi nuovi, è pieno di meraviglia. Come dice Smith a un certo punto:

“Le cose comuni valgono la pena proprio perché sono comuni. I miracoli quotidiani sono i più ignorati”.

Alla fine del libro, quando ci rendiamo conto che Smith non è mai stato pazzo, ma solo veramente vivo, tutto acquista senso. I suoi gesti assurdi, le fughe, i ritorni, le “accuse” che affronta, fanno parte di un unico grande atto d’amore per il mondo.

Uno dei dialoghi che più mi ha emozionato è quello con l’alpinista:

“Voglio dire che se in cielo c’è una casa per me, quella casa avrà un lampione verde e una siepe, o comunque qualcosa di chiaramente personale quanto un lampione e una siepe”.

In questo, c’è tutto Chesterton. Il cielo, l’eternità, non sono un’idea astratta: sono cose concrete, amate, riconosciute. È il senso del particolare che salva l’anima.

Uomovivo è un libro che scuote, consola, fa ridere e riflettere. È una medicina per chi si sente perso, ma anche una sfida per chi si sente “sistemato”. Ti dice, in fondo: non sei vivo finché non scegli di esserlo ogni giorno. È un inno a ringraziare, anche nel grigio, anche nella fatica.

Come dice Smith al rettore:

“Ciò che avete capito è che il mondo, al di là di tutto quel che si dice, è un posto meraviglioso e bello. Io lo so, perché anch’io l’ho capito nel medesimo istante”.