...nihil humani a me alienum puto

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Lunedì 29 novembre alle ore 18,00
presso l'Oratorio di Santo Stefano Protomartire, in pazza Monte di Pietà,

è stato presentato il libro di    Giovanna Parravicini "Marija Judina. Più della musica"
e il film documentario
di Jakov Nazarov "Marija Judina. La musica di Dio"

ha introdotto la Prof. Cinzia Billa

Le parole sono suoni per coloro
che non si impegnano;
sono il nome di esperienze per chi le vive
_____________________L. Giussani
L’essenziale è cercare il significato in ciò che si dice, mentre la mancanza di contenuti
è un peccato che non si riuscirà mai a celare […] perfino largheggiando nella
propria esecuzione in sentimentalismo,
così amato da tanti.

_____________________M.Judina

Buonasera e benvenuti a nome del Centro Culturale ‘Il sentiero’ di Palermo che oggi propone l’incontro con un’artista eccezionale, Marija Jùdina, pianista russa, anzi musicista, come lei stessa amava considerare sé e i suoi allievi. Marija Judina è stata una dei più grandi pianisti russi del ‘900, sconosciuta al grande pubblico in Occidente ed emarginata dalla cultura ufficiale in patria – dove pure era considerata un prodigio di perfezione musicale e tecnica – perché il regime sovietico temeva la sua fede cristiana senza riserve, oltre che il suo temperamento indomito e la sua indipendenza di vedute. L’occasione di questo incontro è la recente pubblicazione di una preziosa biografia -‘Marija Judina. Più della musica’ - scritta da Giovanna Parravicini .  Marija Judina, di cui lo scorso 19 novembre sono trascorsi 40 anni dalla morte, è una fra le personalità più interessanti e affascinanti che abbiamo incontrato grazie al lavoro costante e appassionato all’umano - e alla sua vera statura - dei nostri amici di Russia Cristiana, tra cui la ricercatrice e prof.ssa Giovanna Parravicini, autrice del libro, Consigliere culturale della Rappresentanza Pontificia nella Federazione Russa e membro Consultorio del Pontificio Consiglio della Cultura dal 2009. A Russia Cristiana dobbiamo l’incontro con artisti, filosofi, opere, vicende umane segnate dalla ricerca appassionata e irriducibile della verità, che l’odio del regime ha reso in loro più urgente. Fondata nel 1957 da padre Romano Scalfi Russia Cristiana ha nella Fondazione il suo ‘braccio’ di lavoro culturale e scientifico. In occasione del recente convegno internazionale svoltosi a Milano dal 22 al 24 ottobre scorso, la stessa Parravicini, spiegando il senso del titolo del convegno -‘Un incontro che continua’ - ha offerto la chiave di lettura di questa ed altre pubblicazioni. Leggo dalla rivista mensile Tracce di Ottobre: la “scoperta di carismi sorprendentemente simili, sorti quasi contemporaneamente alcuni decenni fa, all’insaputa gli uni degli altri, sia nel mondo ortodosso che in quello cattolico e anglicano, e che nel tempo si sono incontrati e intersecati, tracciando vie d’amicizia e di fraternità nel grande alveo del cammino della Chiesa. […] “Non si sente il rumore dell’erba che cresce”, recita un detto popolare russo […] è quello che è successo in Russia: adesso ad un tratto, abbiamo potuto prendere coscienza che, accanto alle correnti accademiche tradizionali, oggetto di studio in facoltà teologiche, negli ultimi sessant’anni si è venuta configurando una nuova corrente, profondamente unitaria pur nella multiformità delle espressioni, di accenti e carismi, che potremmo definire come ‘teologia della comunione’, e che rilegge il cammino di ricerca religiosa dell’uomo contemporaneo e il suo approdo alla fede attraverso le categorie di ‘incontro’, ‘esperienza’, ‘avvenimento’, ‘ferita’, ‘cuore’ e così via.” - e ancora - “E’ impossibile non rilevare la profonda consonanza interiore tra la ‘teologia della comunione’ in Russia e i carismi più vivi suscitati da Dio negli ultimi decenni anche in Occidente: una testimonianza sorprendente dell’unitarietà sorgiva dell’esperienza cristiana ma anche della comunione che ne scaturisce.”1. Di alcuni di questi carismi ed autori Giovanna Parravicini ci aveva già offerto un’antologia biografica nella bellissima raccolta intitolata Liberi da lei stessa presentata, insieme a Padre Scalfi, due anni fa, qui a Palermo, per il nostro centro culturale. Tra quei ritratti, quello di Marija ci aveva già affascinato e non è difficile credere l’autrice che ha più volte detto di aver scritto questi libri “per gratitudine”.        Anche io, che non sono affatto un’esperta di musica, presento ‘Marija Judina. Più della musica’ con profonda gratitudine. Io ci ho guadagnato in stupore e meraviglia per Marija che ora non posso fare a meno di considerare una cara amica, madre e sorella ritrovata, come capita con i santi prima sconosciuti e che poi scopriamo di conforto alla fatica quotidiana, familiari, malgrado la distanza nel tempo o nello spazio.     Il libro si presenta in una splendida veste che riproduce su fondo arancio uno dei ritratti che il pittore Oleg Gostev ha dedicato alla musicista ed è accompagnato da un prezioso cd con un’ora e un quarto di godibilissima interpretazione musicale della Judina. Esso prende le mosse dal progetto, rimasto incompiuto, che la Judina stessa aveva maturato negli ultimi anni della sua vita - scrivere le sue memorie - secondo un’intenzione precisa: “Ho voluto celebrare con tutto il cuore e con tutta la mente le tante persone con cui ho studiato, da cui ho imparato, con cui ho suonato, studiato, davanti a cui mi sono inchinata, per cui mi sono entusiasmata, che ho pianto, per cui ho sofferto, che ho tentato di seguire.” E poi: “Sono cresciuta in mezzo a persone di eccezionale statura, a cui, come dicevano gli antichi, ‘non sono degna neppure di sciogliere i lacci delle scarpe’. Cerco di essere all’altezza della loro memoria”3 scrive nel ’63 a un amico. E invece saranno le tante persone per cui la Judina è rimasta e rimane ancor oggi un punto di riferimento a svolgere un intenso lavoro di volontariato che ha permesso di recuperare il suo sterminato epistolario e la messe di testimonianze che ci presentano il “volto vivo che non cessa di provocarci, di sfidarci” – dice la Parravicini - di Marija.     E ancora: “C’è un’espressione che a Marija Judina piaceva molto, quando parlava di sé: “Vivo in un anello di simpatia mondiale”, diceva, per significare la sterminata cerchia di relazioni che manteneva con personalità di tutto il mondo. [Ed è impressionante, come fa notare il pianista e direttore Giovanni Fornasieri, come la stessa espressione sia utilizzata dal beato J.H.Newman per riferirsi alla vocazione cristiana] [“Sono una milionaria dal punto di vista delle relazioni umane!”, si vantava Marija Judina, e introduceva i suoi studenti a questo anello cui, vi assicuro, non si riesce a resistere]. Si trattava dei grandi della musica e della cultura del Novecento [filosofi come Bachtin e Florenskij, Sergej Averincev, autori come Pasternak e Gor’kij – il primo perseguitato, il secondo celebrato dal regime – Solgenitsin, Padre Men’, il metropolita Antonij Bloom, musicisti come Prokofiev, Shostakovich e Stravinskij], ma le sue – continua l’autrice – non erano relazioni puramente formali, di carattere culturale o accademico, si trasformavano in legami di autentica amicizia in cui a tema c’era sì la musica, ma “più della musica”4. Per molti di loro mise continuamente a rischio la sua stessa incolumità. E cos’ è per lei l’amicizia? Con gli amici dei Circoli della domenica sorti negli anni Venti, e poi osteggiati sempre più dal regime, discuteva “anche sulle differenze tra ‘associazione’ ed ‘amicizia’. I membri di un’associazione sono uniti da un’opera (lo studio, la battaglia, il lavoro). Gli amici sono uniti dalla vita interiore. L’amicizia è un concetto profondamente personale, non esclude le opere ma non è riconducibile ad esse”5. Ricercatrice indomita, della “verità vivente”, come lei diceva, sensibile al fascino dei suoi “inestimabili maestri”, come li chiamava, sarà a sua volta maestro che- dice la Parravicini - “alleva un’intera generazione di grandi pianisti”.                  Di alcuni di questi volti, dei loro luoghi più cari – come l’appartamento di Marija a Pietrogrado, punto di ritrovo di serate febbrilmente accese dalla musica e dalla poesia -, il libro offre un prezioso itinerario di fotografie che segue il documento scritto. La lettura regala l’esperienza eccezionale di vedere emergere la personalità della pianista proprio dalla voce di questi grandi uomini e donne segnati dall’incontro con lei. Quello che per lei resterà il poeta per eccellenza, Boris Pasternak, autore del Dottor Zivago perseguitato dal regime, la incontra per caso, come ricorda lui stesso. Si presenta da lui, la Judina, per chiedergli di tradurre delle poesie di Rilke. Lui la guarda, è una donna dimessa, “con un paio di scarpe scalcagnate e una camicetta più che modesta” [guardare le foto per credere!], la ritiene una stravagante e le risponde in modo evasivo, chiedendosi come farà a pagargli il lavoro. Dopo qualche settimana, il 5 gennaio 1929, Pasternak è trascinato dall’amico - celebre pianista - Neuhaus ad un concerto di una musicista davanti alla quale, giura Neuhaus, lui non è nessuno: Pasternak resta abbagliato dalla musica della Judina e resta esterrefatto: è proprio lei, la donna in scarpe da ginnastica. Durante l’intervallo del concerto le scrive ‘mi perdoni, non sapevo chi Lei fosse. Mi scriva, tradurrò tutto quello che vuole.”   Dice la Parravicini: “Il particolare fascino della Judina sta innanzitutto nel fatto che i suoi non erano semplicemente dei concerti, ma una testimonianza, anzi una ‘sacra rappresentazione’”7. Michail Bachtin, uno dei più grandi filosofi e critici della letteratura del Novecento, suo grande amico dalla giovinezza che lei chiamava Mich Mich, condannato a 5 anni di lager e per cui la Judina lottò sfruttando il trionfo del proprio debutto a Mosca nel 1929 ottenendo la commutazione della pena al confino in Kazachstan, diceva di lei: “La musica non le bastava, non riusciva a bastarle… L’impeto che lei ha avuto dentro per tutta la vita non era riconducibile agli schemi del mestiere, o agli schemi della poesia, della musica o della filosofia. Lei era più di tutto questo. Lei capiva che non era ancora tutto, non era ancora l’essenziale, che l’essenziale era qualcos’altro” , più della musica, appunto. Sempre, sui volti di chi ascoltava un suo concerto suonato con ‘gli artigli d’aquila’, come il compositore Shostakovich definiva le sue dita, si leggeva la consapevolezza di aver partecipato ad un avvenimento memorabile. “No non era un concerto, era qualcosa di completamente diverso”9 ricorda di aver udito alla fine di un concerto Evgenija Otten, amica e madrina di battesimo della pianista. E ancora dice la Parravicini (p.6): “Questa continua tensione ad un ‘oltre’ è la ferita dolorosamente aperta di Marija Judina, e anche la sua grandezza personale e artistica. Il suo è realmente il ‘cuore misericordioso’ di cui parlano i Padri della Chiesa: “Che cos’è un cuore misericordioso? E’ un cuore che brucia per tutto il creato, e si scioglie, e non può sopportare di udire o vedere il minimo male o la minima sofferenza di qualche creatura, e in ogni istante offre preghiere e versa lacrime per esse, per la grande misericordia che lo commuove, a somiglianza di Dio”(Isacco il Siro)”10. “Voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti. […] Bisogna crescere fino alla propria reale statura, investire tutte le proprie energie”. Questo era il fondo della sua arte ed era un tutt’uno con il porre la sua borsa sul pianoforte il giorno di paga al conservatorio e dire agli allievi, prego, prendete secondo i vostri bisogni! Poverissima, durante la guerra, Marija – che rischia di perdere il pianoforte in affitto – ricevuti i soldi per l’incisione di un disco di Bach, compra una vacca per regalarla ad una donna poverissima conosciuta in treno. E il suo telefono non fa che squillare per le richieste più disparate.

E’ secondo questo respiro che la storia della Judina si intreccia con quella della Russia del Novecento. Testimone inizialmente entusiasta della Rivoluzione del ’17, vivrà con sgomento gli anni della guerra civile, preludio del terrore dell’epoca staliniana (1924-1953) cui si dovrà la repressione antireligiosa scatenatasi in URSS a partire dagli anni Venti. Il finto processo al metropolita Veniamin segna profondamente Marija: “Carceri, deportazioni. Nell’autunno del 1922 esilio del pensiero russo idealista, diaspora della cultura religiosa russa in tutto il mondo […] Innumerevoli ministri della Chiesa, sacerdoti, diaconi, laici, assaliti dai lupi, morti di tifo […], assiderati, picchiati a morte e così via.”1 annota Marija. L’iter interminabile di persecuzioni e deportazioni continuerà nel dopoguerra con le risoluzioni del Comitato centrale contro “l’influenza corruttrice dell’Occidente”, la campagna contro i cosiddetti cosmopoliti e gli ebrei.
Marija nasce il 9 settembre del 1899 in una famiglia di ebrei non praticanti nella piccola Nevel’ – situata quasi al confine con la Bielorussia e ‘zona di residenza’ ebraica voluta da Caterina la Grande -; il padre è medico, la madre Raisa, che muore nel ‘18, la educa ad ogni genere di carità. Sarà Marija ad accogliere amorevolmente la seconda moglie del padre, quasi sua coetanea. Nell’estate del 1912 il padre la iscrive al conservatorio di Pietroburgo dove studia per 5 anni. Iniziano i primi incontri decisivi, come quello con il maestro Nikolaj Cerepnin. Diciottenne, nel ’17 Marija si allontana dai corsi al conservatorio, presa dal furore rivoluzionario. Un giorno mentre volantina s’imbatte proprio in Cerepnin. Il maestro le dice: “E noi che la cercavamo, non sapevamo che cosa pensare, ci preoccupavamo! – esclamò. E poi: “Ma cos’è ‘sta roba?”, chiese sfiorando la mia fascia di miliziana… Io mi smarrii, dentro di me esplosero a tutta forza le ouvertures di Weber, le sinfonie di Schubert, Mozart, la mia esecuzione sui timpani nell’orchestra studentesca e non riuscii a spiegare niente, balbettai qualcosa sul dovere nei confronti del popolo… Cerepnin mi guardava dall’alto […], con un sorriso benevolo, con stupore, severità, con la simpatia del maestro verso un’allieva ‘uscita di senno’ … Ebbene, proprio in quel momento ‘l’istinto rivoluzionario’ lasciò il posto in me al ‘senso sinfonico’. Si rivela così in lei quanto sottolinea la Parravicini: “Marija non sarà semplicemente una brava cristiana con particolari doti musicali, la musica è il prisma attraverso cui coglie il reale penetrandolo fino alla sua essenza, il Mistero divino”2. Marija è una, non si può in lei scindere la donna e l’artista, come ci ha detto una delle sue allieve, Marina Drozdova, incontrata da alcuni di noi al Meeting di Rimini. Questo fatto segna un momento fondamentale del generarsi di questa unità, il prendere coscienza della propria vocazione musicale come esigenza di essere utile al mondo: “Mi mancava qualcosa, sentivo il bisogno di rendermi ‘utile alla società’.” Segue corsi per educatori parallelamente al conservatorio e concorre ad aprire il primo campo estivo per l’infanzia dei Giardini pubblici di Nevel’. Qui accade un altro fatto importante. L’incontro con il monello Akinfa che ne combina di tutti i colori e di cui si decide l’espulsione. Marija, al momento del distacco, scoppia a piangere. Anche Akinfa allora piange e accade la sua “seconda nascita”: chiede scusa, restituisce quanto rubato, cambia. Marija ricorderà sempre questo fatto come l’inizio della sua vocazione educativa.
Per lei educare significa introdurre alla bellezza nel suo valore esistenziale nella considerazione dei suoi studenti quali compagni di una ricerca infinita della novità, “[…], in attesa dell’inaudito miracolo che sta per venirci a sorprendere da Dio, dal mondo, dall’uomo … Ecco come sono le cose!” dice Marija. Il valore esistenziale della bellezza spiega ad esempio quel che fa Marija approfittando di un permesso accordatole nel 1950 per andare in Germania Est a tenere dei concerti: giunta a Lipsia scende scalza dal treno e si reca così alla tomba di Bach.
Questo senso totalizzante della bellezza si deve molto all’incontro con Pavel Florenskij che la affascina per la sua concezione del mondo visibile come manifestazione della verità e per il suo riconoscimento del fenomeno sonoro come rivelatore delle falde più profonde della vita.  “La fede? Sì! –annota nel ’17 - L’arte è solo un cammino, un anello di congiunzione. Lo scopo ultimo di ogni cammino interiore è la fede e la resurrezione universale.”. Il 2 maggio 1919 riceve il battesimo nella chiesa della Protezione della Vergine a Pietrogrado. “Due stelle mi guidano”. Prima aveva detto “la musica e Dio”, poi dirà “Dio e la musica”. “Non esiste arte autentica che non abbia radici religiose”. Gli anni Venti sono gli anni in cui sorgono i ‘circoli della domenica’ o ‘della Resurrezione’ dove Marija resta affascinata da Aleksandr Mejer e dal suo principio ‘personale’. Emerge un giudizio sempre più severo nei confronti del socialismo e del tentativo di eliminare la cultura cristiana. La Chiesa si divide, tra l’ortodossia che scende a compromessi con il potere totalitario e la chiesa militante che ritrova la sua vera vocazione e, attraverso il sacrificio e il martirio, risorge annoverando quotidianamente nuovi neofiti. La Judina, metterà ogni spazio di libertà dovuto alla sua posizione al servizio di amici, parenti di amici e sconosciuti.
Nella percezione del valore esistenziale della bellezza non è sola. Ci sono i poeti del dissenso, i ragazzi di piazza Maiakovskij. Ma è’ troppo cristiana per i difensori dei diritti umani, e troppo ‘aperta ‘ e ‘attiva’ per la mentalità dei credenti tradizionali, abituati a pensare al comportamento cristiano in termini di docilità e rassegnazione, osserva la Parravicini. Il valore esistenziale della bellezza e della Bellezza con la ‘b’ maiuscola emerge in lei sempre. Dice Giovanni Fornasieri, “qui sta la profonda, starei per dire ‘ontologica’ simmetria col cristianesimo, che vive concretamente nell’umanità cambiata di chi lo vive ogni giorno lungo le strade della storia”.

Il regime la fa licenziare dal conservatorio di Leningrado. Dal ’32 al ‘33 lavora al conservatorio di Tblisi, nel ’36 viene assunta come docente al conservatorio di Mosca. Tornerà a Leningrado durante la guerra, dove la inviano per dei concerti alle truppe. Ma il regime la teme, riceve sempre meno autorizzazioni per i suoi concerti. Pavel Fedorovic, conoscente del partito, le dice: “Noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo lei non credesse in Dio” “Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel . Fedorovic! Non rinnegherò la fede e Dio! Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra!”1. Nel 1943 Stalin ascolta alla radio il Concerto K488 di Mozart eseguito dalla Judina come requiem per le vittime dei gulag, contenuto nel cd accluso al libro. Ne resta così colpito da chiederne immediatamente il disco. Ma il disco non esiste perché si tratta di una diretta, effettuata negli studi della radio di Mosca dalla pianista perseguitata dal regime. La Judina è convocata d’urgenza, l’orchestra è pronta, in una notte la registrazione è fatta, il disco confezionato e recapitato all’imprevisto ammiratore. Stalin fa avere alla Judina ventimila rubli, una cifra strepitosa. La Judina risponde con un biglietto: "La ringrazio Iosif Vissarionovič. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado". Shostakovich riferirà che, quando fu trovato morto nella sua dacia, Stalin aveva il disco della Judina nel grammofono. Dal 1950 insegna all’Istituto musicale Gnesin, ma nonostante l’allentarsi della pressione ideologica che segue la morte di Stalin e la denuncia del ‘culto della personalità’ nel ’56 al XX Congresso del PCUS, Marija viene licenziata nel 1960. Morirà nel 1970, poverissima.
“Sono cresciuta e continuo a crescere perché obbedisco alla Chiesa di Cristo, perché ho incontrato qualcuno che mi ha amato veramente.....E la mia musica cresce con me, grazie a questo”.
Vi invito, da ultimo, a leggere il libro fino alla fine. L’omelia di p. Spiller al suo funerale suggella con la parola il senso della vicenda di Marija Judina per noi che restiamo e che non possiamo non esser grati a Dio per avercela data. Con la stessa gratitudine accogliamo l’ultima parte del libro che potrebbe sembrare per specialisti e che invece offre l’incontro personale di Marija con i ‘pezzi’ musicali, i brani di alcuni autori; incontro ‘detto’ e consegnato attraverso la ‘parola’, le poesie, la storia della salvezza: Marija non è mai autoreferenziale ed è continuo il suo rimando ad altri autori ed artisti, per analogia, esattamente – ed è proprio impressionante – come don Giussani faceva con Leopardi, Pavese, Pascoli o il concerto di Beethoven op.61 per violino e orchestra! “L’artista crede nel futuro, perché vive in esso” dice una citazione di Musorgskij riportata dalla Judina come epigrafe nell’ultimo degli articoli che qui abbiamo. Noi siamo il futuro di Marija, a noi le sue esecuzioni, i suoi scritti, a noi il gusto di non resistere affatto a quell’anello di simpatia mondiale dal fascino inesorabile. Dice una nota della Judina tratta dalla liturgia e posta a margine alla ‘variazione Goldberg’ n.28 di J.S. Bach: “Circondaci dei Tuoi santi angeli, affinché protetti e guidati dalle loro schiere, raggiungiamo nell’unità della fede e nella conoscenza la tua gloria inaccessibile”. Grazie.


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