...nihil humani a me alienum puto

Presentazione del libro "Vita di Don Giussani" (A. Savorana)

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SINTESI DELL'INTERVENTO DI S.E. CARDINALE ROMEO ARCIVESCOVO DI PALERMO

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Nel saluto rivolto agli intervenuti, il Cardinale Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo ha ringraziato innanzitutto Alberto Savorana per il suo “straordinario lavoro di sintesi” ed ha aggiunto: “Savorana, attraverso la ricostruzione dei dati biografici ci ha fatto scoprire un viso vivo, una realtà complessa, vivente, anche se oggi si ritrova in un’altra dimensione. Ma questa giornata terrena di don Giussani ce la vuole fare scoprire in tutta la sua interezza, non come una fotografia, ma come una dinamica dello Spirito in quello che lui è stato, in quello che lui ha fatto, in quello che attraverso lui il Signore ha operato”.

Rivolgendosi ai presenti ha spiegato come questo suo significativo impegno sia oggi a disposizione di tutti: “di tutti coloro - ha precisato - che vogliono approfittarne, per conoscere questa figura di sacerdote che ha sicuramente inciso e forse anche cambiato la storia di molte persone; e quando queste persone sono così numerose, attraverso queste anche quella di una porzione del popolo di Dio. Nessuno di noi è un’isola e tanto meno lo è nella storia della salvezza”.

Soffermandosi poi sul tema del carisma, mons. Romeo, lo ha definito “un carisma che è sempre vivo. Tutto ciò ci fa vedere come don Giussani continua ad operare dal cielo, sostenendo il lavoro di quelli che, interpellati da questo carisma, si avvicinano al Signore”.

Il Cardinale è passato ad illustrare alcuni elementiauto biografici che si intrecciano con la storia di don Giussani e di CL. Innanzitutto ha precisato che non lo ha conosciuto personalmente, perché per tanti anni ha servito la Santa Sede in varie parti del mondo come Nunzio Apostolico; ma ha avuto modo di conoscerlo attraverso la sua azione e la presenza di persone che lo hanno frequentato che, pertanto, possono definirsi come l’anello di congiunzione con la sua persona. Come quando seguendo un corso d’acqua e possibile raggiungere la sua fonte. In particolare ha ricordato il primo suo incontro con CL, quello avuto in Colombia, con un sacerdote milanese, attraverso cui gli fu possibile apprezzare la doppia dimensione della presenza di CL, quella nella scuola e nell’università, e quella nel servizio diaconale, perché la nostra fede che non si apre verso i poveri e bisognosi, che non va verso le periferie, come ci ricorda papa Francesco, è come un fenicottero che si regge su una sola gamba”.

“Don Giussani - ha precisato l’Arcivescovo - ha aiutato tanta gente a capire Dio nella quotidianità delle proprie scelte, nella propria vita reale, quella che si conduce ogni giorno. Per noi tutta la creazione, in tutti i suoi aspetti fa parte del disegno del Signore. Il ministero della redenzione è risanare quella la frattura inferta dal peccato nella storia dell’uomo”.

Mons. Romeo è tornato poi alle memorie personali ricordando come dopo la Colombia, tornato in Italia, abbia chiesto la collaborazione di una Memores“che mi accompagna anche qui a Palermo - ha precisato - e tramite anche la sua collaborazione ho potuto conoscere meglio il carisma di Giussani sparso nel mondo. L’unica cosa che ho vissuto personalmente, ma è rimasto come un grande giorno sono stati i funerali. Ero lì nel Duomo, nella piazza ed ho potuto vedere questa folla immensa che, se da una parte aveva il dolore di chi non può guardare più il suo volto, dall’altro vive la stessa tensione degli apostoli il giorno dell’Ascensione: tristi per la Sua partenza, ma certi di non essere lasciati soli. Si sapeva che il seme lasciato da don Giussani non finiva quel giorno, non era un dolore rassegnato. Se si può dire, quel giorno fu, dal punto di vista umano, quasi una apoteosi, per i tanti laici, sacerdoti, vescovi venuti da tutto il mondo, nella brevità del tempo concesso per organizzare i funerali. Ci rimane una grande eredità, non da nascondere ma da far brillare”.

Il primate palermitano ha paragonato il ricordo di don Giussani a quello di don Pino Puglisi, il quale: “Non è morto, - ha affermato con forza - anzi ore risplende di più, non solo qui a Palermo, ma nel mondo intero. Questa è la dinamica del Vangelo, quella dei nostri testimoni. Siamo contemporanei di persone sante, innamorate di Dio, che hanno speso la loro vita per il regno, non un regno terreno, ma uno fatto di pietre, di persone innamorate di Dio che a loro volta riflettano la luce del Signore”.

La conclusione è stato un nuovo ringraziamento per “il caro Alberto Savona il quale avrà il merito - ha detto - di aver lavorato per far conoscere la figura di don Giussani o, meglio, di chi è in cerca di conoscere meglio, forse per appropriarsi di quella parte che più colpisce e interessa. Come Gesù nei suoi incontri ha coinvolto in vario modo tante persone e ciascuna si è fatta colpire in vario modo, così chi ha letto il libro si è lasciato colpire da qualcosa. E così noi quando ci avviciniamo alla luce che riflette la luce di Dio: dobbiamo lasciarci colpire dallo quello sguardo da quel riflesso che di più illumina la vita. Dobbiamo ringraziare Savorana perché ha pulito il brillante perché questa luce possa essere acquisita e possa illuminare il cammino di chi cerca il Signore”.

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INTERVENTO DI P. GIANFRANCO MATARAZZO S.J.

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Comincio con una premessa.

Il mio è un angolo visuale esterno, con gli svantaggi e i vantaggi di una tale prospettiva. Al tempo stesso, condivido con Don Giussani e con Comunione e Liberazione l’appartenenza ecclesiale. In quest’appartenenza, sono portatore di un altro carisma, quello gesuitico e ignaziano.

Nel mio intervento provo a condividere che cosa ho colto del carisma di Giussani a partire dalla lettura del libro che presentiamo. Scelgo di soffermarmi, quindi, sulla dinamica spirituale di questo carisma e lascio sullo sfondo le notevoli implicazioni operative che questo carisma ha suscitato.

Concluderò soffermandomi su alcune caratteristiche che considero tipiche di quest’esperienza.

 

Il cristianesimo non costituisce un sistema culturale; non è un corpus dottrinale con indicazioni sulla natura e l’essenza di Dio; non è un insieme di norme e regole di carattere etico; non si esaurisce in riti e in pratiche liturgiche (235).

Il cristianesimo non è identificabile nelle rappresentazioni sociali che se ne possono fare, né quando queste rappresentazioni risultino per esso gratificanti (espansione geografica, consistenza numerica, riconoscibilità sociale, pratica religiosa) né quando queste rappresentazioni risultino per esso mortificanti (superficialità della pratica, incoerenza, secolarizzazione, difficoltà nel ricambio generazionale, edifici di culto vuoti, scandali).

Il cristianesimo suggella il Vangelo, cioè una buona notizia: l’incontro personale da parte dell’uomo con Dio. Con il cristianesimo, infatti, l’uomo incontra non una legislazione religiosa ed etica attraverso cui entrare in reazione con Dio. L’uomo incontra una persona, Dio. Anzi: l’uomo ha già incontrato personalmente Dio, per iniziativa di questi. Nessuno è in attesa di questo incontro, perché quest’incontro c’è già stato: siamo già in relazione con Dio. Il battesimo ci inserisce in essa e ci abilita a vivere di questa presenza. Occorre aprirsi a questo dato fattuale, ma quest’esperienza non è da venire: è già in corso. “La grazia non la devi cercare, la grazia si incontra” (256). Da quest’incontro, non prima, può scaturire una dimensione religiosa ed etica che, a questo punto, serve a dare seguito e consistenza a questa presenza nella propria vita.

Ecco come si presenta in sintesi l’itinerario personale e comunitario di Mons. Luigi Giussani. Si tratta di un punto fermo della fede cristiana, attestato già negli scritti neotestamentari. Il merito di Giussani è, da un lato, di averlo stanato da un lungo letargo, in una condizione di apparente quiete ecclesiale e di pratica religiosa e, dall’altro, di averlo rintracciato dandogli la struttura di una proposta robusta ed esigente e, dall’altro lato ancora, di averlo reso facilmente comprensibile e accessibile.

Nella storia del cristianesimo un insieme di fattori tende a riproporsi quasi ciclicamente per adombrare la buona notizia da esso annunciata e dare spazio preponderante a fattori e aspetti di esso non primari.

Giussani identifica diverse insidie per il cristianesimo. Alcune di queste insidie sono state storicamente identificate: laicismo liberale, marxismo, ecc. In realtà, ci sono insidie interne al cristianesimo stesso, non attribuibili in toto a fattori esterni. Giussani, infatti, opera in un contesto “apparentemente ottimale” (216; cfr. 205) in cui l’ora di religione è molto diffusa e i crocifissi costituiscono una presenza costante in tutta la vita pubblica (214-217). Sempre Giussani parla con entusiasmo di una specificità ecclesiale propria della Chiesa ambrosiana. Eppure sempre più è costretto a prendere atto di una grave ignoranza della fede (30, 194, 195, 206, 212, 453) e quindi di una perversione interna all’appartenenza ecclesiale.

Queste insidie si dimostrano sempre complesse e, pur operando internamente al cristianesimo, possono aver subito influenze esterne. Mi interessa soffermarci sulla dinamica quando ad un certo punto diventa interna e permette una sconcertante ignoranza della fede e il consolidarsi di questa ignoranza. Nell’identificazione dei fattori esterni avversi alla fede cristiana abbiamo maturato un’apprezzabile elaborazione. Il contributo di Giussani risulta interessante e originale soprattutto nell’identificazione di fattori interni avversi alla stessa fede cristiana. Anche in questo caso, il tema delle insidie interne era già stato messo a fuoco nella tradizione cristiana, ma Giussani sa riprenderlo, approfondirlo e farne un’applicazione originale in quel frangente storico in cui ha operato. A un certo punto del suo cammino, gli sono chiari tre fattori critici (216; cfr. 199): una non motivazione ultima della fede; la non incidenza della fede sul comportamento sociale in generale; un clima generativo di scetticità, terreno propizio per incursioni esterne avverse.

Questo processo di progressiva consapevolezza è una costante dell’intero cammino di Giussani, sin dagli anni vissuti in famiglia, per poi proseguire nel seminario e negli incarichi successivi che ha ricoperto. Ci sono snodi importanti nel suo cammino, certo, ma sembrano configurabili soprattutto in termini di rilancio, dal momento che si collocano in una prospettiva di continuità.

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Vorrei soffermarmi in maniera sintetica su alcuni tratti dell'itinerario di Giussani che mi risuonano dentro come esperienze di dono ed esperienze di impegno. Le segnalo come possibili tratti caratteristici del carisma mediato da Giussani.

Vorrei qui ricordare un dato di partenza importante, cioè l'autenticità di fede vissuta in famiglia. Giussani la rilegge in termini di trasmissione della fede attraverso le generazioni a partire dall'esperienza vissuta dagli apostoli Giovanni e Andrea, quel giorno che si trattennero con Gesù, annotando che erano circa le quattro del pomeriggio. Per Giussani, il suo papà e la sua mamma sono depositari di quella trasmissione della fede e, quindi, di quell’incontro svoltosi alle quattro del pomeriggio di duemila anni fa. Ecco l’alveo cristiano.

Un altro tratto è la formazione portata avanti seriamente. Lo potremmo chiamare l’alveo diocesano: mi riferisco al percorso formativo, agli studi, ai docenti, alle suggestioni vissute dal giovane seminarista. Tutto questo renderà Giussani una persona colta. I contenuti che apprende sono contenuti comuni a tutti i seminaristi. Giussani innesta su questi contenuti una rilettura personale sulla pervasività della fede cristiana e su una metodologia che aiuti a riappropriarsi con consapevolezza della pratica della fede. Più volte ripeterà: “Non sono qui a dirvi delle cose su cui dovete essere d’accordo, ma a darvi un metodo per giudicare tutto, a cominciare dalle cose che io vi dirò” (715; cf. anche 215 e 299).

In questo percorso di formazione comincia a leggere quelli che poi saranno chiamati i “segni dei tempi”.

Proprio in questo contesto, si accorge della grave ignoranza della fede, di cui abbiamo detto.

Eppure, quest'alveo cattolico contraddittorio è capace di conservare da qualche parte del campo ecclesiale un tesoro nascosto e Giussani lo scopre: è il tesoro dell'incontro personale con il Signore. Giussani realizza tutto questo in un momento in cui non tutte le condizioni sono ottimali. Questo insieme di fattori razionali si trasforma in profezia.

Quindi, le contraddizioni ecclesiali e le condizioni non ottimali non impediscono a Giussani di attingere abbondantemente all’alveo cattolico, cioè universale e plurale della Chiesa: mi riferisco al fermento carismatico di quel periodo storico, ai carismi custoditi dalla comunità cristiana, all’approfondimento della vocazione laicale, allo sbocco e al rilancio che la proposta di Don Giussani riceve dal Concilio Vaticano II, alla riscoperta della vocazione battesimale. Tutto questo sfocia come un fiume gonfio in quella che poi sarà chiamata Nuova Evangelizzazione: questa prospettiva evidenzia come la proposta impersonata da Giussani era stata suscitata anche in questa prospettiva di rilancio della buona notizia del cristianesimo.

Ecco un altro tratto che emerge: la prospettiva dei carismi. Giussani trova uno spazio praticabile e offre una novità, rispondendo a un bisogno di complementarietà dei carismi. I frutti sono stati generosi e la mietitura abbondante. Il riconoscimento ecclesiale si è inserito in questa dinamica esperienziale.

La prospettiva dei carismi e della loro complementarietà ci restituisce e ci ricompone, proprio grazie alla Chiesa, un orizzonte ampio e condiviso di servizio. In questo scenario, la gente non ci chiede dei gruppi e dei movimenti in parrocchia: ci sta chiedendo chi è l’uomo, come vivere, come affrontare i temi dell’agenda pubblica (la famiglia, l’educazione, la questione del genere, il bene comune, la società multiculturale, lo stato delle nostre città, le scelte continentali e gli assetti internazionali). “Le persone già conoscono con sofferenza l’esperienza di tante rotture: hanno bisogno di trovare nella Chiesa quel permanere indelebile della grazia del principio” (Francesco, Discorso alla riunione della Congregazione dei vescovi, 02/04/14).

Il fatto cristiano dell’incontro personale con il Signore e la sua definizione in termini di Vangelo, cioè di buona notizia, rende Giussani consapevole, ed ecco un altro tratto del carisma, della pervasività della fede cristiana (208) e dell'importanza di incontrare l'uomo nei suoi luoghi reali: di qui la scelta di investire nella scuola pubblica e poi di seguire quei giovani nell'esperienza universitaria. Quindi non si tratta di ambienti protetti, ma di ambienti esposti e decisivi, dove ci si immerge in un’antropologia reale. È qui che si delinea il dramma del mondo: assenza di Dio e, dunque, soprattutto assenza dell’uomo; si aggiungono ulteriori risposte a domande inesistenti; ci si imbatte negli interrogativi dell’uomo, che non sono solo quelli esistenziali, ma anche quelli annacquati, rinunciatari, addomesticati. Il discernimento sulla scuola pubblica è il canovaccio per una presenza nel dibattito pubblico e, a seguire, nell'impegno sociopolitico. L’approccio non scaturisce da un atteggiamento difensivo di conservazione nostalgica del passato, ma soprattutto dal tentativo di misurarsi con la secolarizzazione (203); “si entra nei luoghi reali con la coscienza di portare Ciò che salva l’uomo […], ciò che rende umano il vivere e la ricerca del vero, cioè Cristo nella nostra unità” (219).

Questi tratti che ho abbozzato (alveo cristiano, alveo cattolico, alveo diocesano, prospettiva dei carismi, sfida della pervasività della fede, i luoghi antropologici di oggi) mi sembrano dal mio angolo visuale dei tratti essenziali del carisma ciellino; in alcuni momenti si connotano in maniera dialettica, a conferma della comunione di base dell’esperienza cristiana, dell’essere già stati messi in relazione con il Signore e tra noi.

Questi tratti non sono solo un'esperienza gratuita di grazia, ma, come ogni esperienza di incontro personale con il Signore, generano un impegno generoso e una responsabilità verso l’intera comunità cristiana.

Non ci sono fattori eccezionali e gli eventi straordinari sono sempre discreti, vissuti con equilibrio. La profezia e il misticismo sono razionali. “La fede esalta la razionalità, dal momento che corrisponde alle esigenze fondamentali e originali del cuore di ogni uomo” (216); “la fede è la festa della ragione” (240).

Questo insieme di fattori non sono stati statici (la scuola pubblica, l'università, ecc.).

Per me il lavoro di Alberto Savorana è una rilettura, ricorrendone condizioni interessanti, dell’itinerario di Don Luigi Giussani. Il processo di rilettura è complesso, ma include sempre due movimenti: 1) la prosecuzione del cammino e 2) un attingere al carisma perché questa prosecuzione del cammino sia fedele e feconda. L’andare avanti si radica nelle fondamenta. Il futuro è abilitato e rilanciato da una rilettura delle origini. Qui non si danno fatti storici rigidamente fissati una volta per sempre e da ripetere pedissequamente: qui continua a darsi un incontro personale con il Signore, incontro che è capace di ispirare in forme aggiornate l’oggi, confermare il tanto bene compiuto, rivisitare tratti problematici, proseguire l’avventura del servizio all’uomo, con la preoccupazione profonda di conoscere le sue idee, ed amare la sua anima, il suo destino. “Che è la preoccupazione di Cristo” (270).

 

Vorrei concludere quest’intervento riservando una menzione ad Angelina Gelosa, operaia tessile e poi casalinga. È la mamma di Giussani. L’abbiamo detto: per lui, la mamma ha raccolto la trasmissione della fede degli apostoli. L’amicizia che si sviluppa intorno a Gesù raggiunge Angelina Gelosa. Ecco lo stupore con cui rilegge la presenza della mamma nella sua vita.

“La mia povera mamma non ha fatto cose grandissime, ma ha fatto una cosa grande: ha custodito la mia vita e la vita dei miei fratelli” (30).

Un giorno, mentre da seminarista va con la mamma alla casa parrocchiale, lo spettacolo della natura fa mormorare a questa donna la seguente frase: “Com’è bello il mondo e come è grande Dio!” Giussani è sconvolto da quella frase, non la dimenticherà più: “quello che mia madre ha detto è vero, è veramente umano, e chi non dice così non è umano […] Quel che rendeva così sensibile mia madre [in ultima analisi] è un dono dello Spirito” (38) E la frase “«Come è bello il mondo» vuol dire: «Non è inutile vivere, non è inutile fare, lavorare, soffrire; non è negativo morire, perché c’è un destino»”. Questo annuncio di speranza non è riservato a specialisti: può farlo anche un’operaia tessile e madre di famiglia.

Ancora: “Per comunicare la fede a me, mia madre mi faceva delle affermazioni che erano pertinenti alla vita […] e queste parole e referenze erano concrete”.

Giussani si interroga: “Ma come faceva mia madre a comunicare a me il senso religioso che lei stessa aveva ricevuto? Come poteva avere quel modo di leggere il vangelo […]? Come mai lei leggeva in quel modo, che mi ricordo adesso […]?” Com’è possibile che “nelle conversazioni mia madre è piena di giudizi dettati dalla fede” (41)? Giussani si accorge che la mamma era “segno di Dio” e lo era per la fede di questo bimbo. La trasmissione apostolica della fede lungo il susseguirsi di generazioni amiche di Gesù ha incluso e si è servita di un’operaia tessile e di una madre di famiglia.

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